domenica, luglio 19, 2009

Una cieca e inflessibile mancanza di disciplina in ogni tempo costituisce la vera forza di tutti gli uomini liberi.

Alfred Jerry
(da Ubu Enchained, atto I, scena 2)

lunedì, luglio 13, 2009

da: http://www.nokoss.net/2009/07/10/robert-wyatt-la-voce-e-i-riflessi/


Robert Wyatt: la voce e i riflessi
di Stefano Aicardi - 10/07/2009

Robert Wyatt è forse la figura più universalmente rispettata nel mondo del rock, a cui ancora oggi continua a dare lezioni di finezza espressiva e autenticità. Nato a Bristol 64 anni fa, Wyatt vive dal 1973 su una sedia a rotelle, a causa della caduta da una finestra durante un party. Prima dell’incidente, Wyatt era già considerato uno dei padri nobili del jazz-rock e del progressive, sia come collaboratore dei Caravan (il gruppo più importante della nidiata di bands attive a Canterbury ed accomunate da un tipo di prog comunque vicino al formato della canzone melodica) sia come fondatore di Soft Machine e Matching Mole. Con i due album dei Matching Mole, in particolare, Wyatt aveva aperto la strada per un jazz-rock che a dispetto dei grandi nomi coinvolti (incluso Brian Eno) non scadeva nel tecnicismo. Uno spazio sempre maggiore era infatti occupato da tastiere giocattolo e in generale da strumenti elettronici che completavano il lavoro di echi e sovrapposizioni fatto sulla voce di Wyatt. Se Tim Buckley saltava continuamente da un estremo all’altro delle cinque ottave di estensione della sua voce, Wyatt otteneva lo stesso effetto rimanendo sui registri più alti e combinando vocalizzi, gorgheggi, distorsioni e sussurri riassumibili nell’intento di applicare alla musica la patafisica di Alfred Jarry (la “scienza delle combinazioni possibili” intesa come terra di mezzo colorata e sottile tra la provocazione dadaista informale e lo sproloquio barocco col suo sovraccarico di toni).
“Starsailor” di Buckley (1971) e “Rock bottom”, secondo disco solista di Wyatt pubblicato nel 1974, sono i dischi più belli e per ragioni opposte inaccessibili della storia del rock, e non a caso condividono il tema di fondo: la vastità infinita degli spazi siderali per Buckley e dei fondali marini per Wyatt come esplorazione insieme vissuta ed immaginata, derivata da una condizione di impotenza concreta (la dipendenza dalle droghe per Buckley, la convalescenza post-incidente per Wyatt). La “Alifie/Alifib” evocata da Wyatt come un mantra di stampo dada è tanto l’immagine più astratta e sognata. Per descrivere meglio la qualità di queste visioni si potrebbe pensare all’Alice di Lewis Carroll, a come gli incontri con i vari personaggi sognati passano regolarmente dall’astrazione pura a un incubo “organizzato” da cui scappare per non perdere la vita.
Il tema all’apparenza, usurato, del viaggio è rivitalizzato e messo molto tra le righe dal lavoro sulla voce, che diventa sempre di più per i due artisti un surrogato degli altri strumenti e della realtà stessa. Il canto delle sirene in Buckley ricorda allora quello dadaista delle “talpe” e delle creature del mare che cambiando forma acquistano qualcosa di misteriosamente simile all’umano (“Sea song”, “Last straw”): questo canto per così dire “in primo piano” sarebbe dolce e confortante, se non fosse per quel continuo brulicare di voci di fondo, di declamazioni frenetiche, di ansimi di fatica. Ecco, fatica più che dolore è il concetto-chiave nei testi di Wyatt solista: più ancora che il “mestiere di vivere” pavesiano, il “lavoro” è un tema che ritorna da diversi punti di vista in una specie di scala che va dallo sforzo di tornare alla vita descritto in “Rock Bottom” alla realtà concreta della politica.
Impegnato in prima fila nelle attività del partito comunista inglese, Wyatt dal 1975 fino alla fine degli anni ’80 alterna l’impegno politico diretto con una produzione musicale ad esso collegata. “Nothing can stop us” del 1982 e “Old Rottenhat” del 1985 sono i dischi più politici di Wyatt, ma in essi la materia di propaganda è trattata con un approccio che è lontanissimo dal cantautorato acustico. L’abito sonoro di Wyatt è talmente compiuto nella sua espressività dolente da poter mettere insieme canti politici con standard jazz come “Round midnight” di Thelonious Monk e successi pop come “At last I am free” degli Chic. L’atmosfera d’insieme, anche quando i testi si fanno taglienti, è segnata da una compostezza dei toni che incrocia il desiderio di innocenza infantile (l’unisono acuto di voce e tastiere) con la malinconia adulta e spaventosamente dignitosa della citata “At last I am free”.
Un ritorno alla piena attività sonora di Wyatt si ha a partire dal 1995, con “Shleep”, disco che apre una terza fase della carriera dell’artista. “Shleep” e i successivi “Cuckooland” e “Comicopera” sono album molto più corposi e ricchi di materiale, anche grazie a molti collaboratori di prestigio come Eno, David Gilmour, Phil Manzanera, Paul Weller. Lo sguardo di Wyatt si è fatto in grado di conciliare l’amarezza politica con calmi quadri di vita familiare (testi scritti da Alfreda Benge); musicalmente la novità maggiore è il ritorno della chitarra e soprattutto dei fiati, con uno sguardo rivolto consapevolmente alle radici musicali di Wyatt, tanto il jazz quanto il pop orchestrale degli anni ’30-’40 ascoltato da ragazzo in famiglia.
Visionario astratto ma anche impareggiabile intimista della vita quotidiana, Wyatt ha ricreato letteralmente il jazz dimostrando la possibilità di collegarlo con la musica pop, come veicolo di emotività e di idee che vanno ben oltre la musica in senso stretto. La complessità vertiginosa di molte sue pagine è ottenuta con mezzi elementari, senza nessuna sovrastruttura concettuale o minimalista. Quella voce delicatissima spesso ricorda i toni di un bambino che legge filastrocche le quali in modo naturale possono prendere altre forme, declamazioni, inni, associazioni dadaiste di parole, cataloghi di assonanze. La parola si confonde e allo stesso tempo è sovrapposta al suono, ripetuta, deformata ma mai spezzata fino a perdere del tutto barlumi di una forma precisa.
Il cuore, il modo di vivere nel quotidiano, nella musica di Wyatt si esprimono cioè nel loro essere anche e soprattutto una serie di sensazioni “mentali” come i ricordi del passato o le diramazioni di una scena presente nel delirio, nella fantasticheria di universi paralleli; queste sono la vera ragion d’essere della dolcezza e della grazia della musica che ne segue.
da http://www.booksblog.it/post/4996/boris-vian-a-cinquantanni-dalla-sua-morte-la-francia-lo-celebra
Boris Vian, a cinquant'anni dalla sua morte la Francia lo celebra

pubblicato: lunedì 22 giugno 2009 da andrea in: news scrittori curiosità
Boris Vian è stato un autentico genio, uno di quei personaggi di limpida intelligenza e bruciante ironia, scrittore ecclettico della cerchia dei patafisici di Raymond Quenau e Georges Perec, trombettista jazz, cantautore geniale e irriverente (autore di canzoni simbolo come la bellissima Le deserteur e On est pa la pour se faire engueler, ma il cui destino beffardo fu di morire a soli 39 anni, in un modo degno di uno dei suoi personaggi.
La mattina del 23 giugno del 1959 Vian si trovava al cinema Marbeuf, stavano proiettando l’anteprima del film tratto da uno dei suoi romanzi più discussi, Sputerò sulle vostre tombe, un noir geniale, assolutamente da leggere, che tra l’altro gli costò denuncie e guai. Vian si era già lamentato della scarsa fedeltà della pellicola che sfalsava completamente il suo graffiante libro e dopo soli cinque minuti di proiezione iniziò a sbottare e venne stroncato da un infarto. Pare che le ultime parole siano state: “Questi tizi dovrebbero essere americani? col cazzo!!”.
Ora, a cinquant’anni dalla sua prematuro e beffarda morte, la Francia lo celebra con una serata alla storica Salle Pleyel, tra gli invitati anche Carla Bruni Sarkozy e Johnny Hallyday, personaggi che Vian, se fosse ancora tra noi, avrebbe certamente pungolato con la sua sferzante e irriverente ironia. In Italia, proprio in occasione di questo anniversario, la casa editrice Stampa Alternativa ha appena pubblicato “Musica e Dollaroni”, a cura di Gianfranco Salvatore, e un saggio di Vian che si scaglia contro l’industria della canzone.

martedì, giugno 16, 2009

da http://gricciardi.wordpress.com/2009/06/15/larte-tra-patafisica-e-quantica/ :

giovanni ricciardi - blog

L’arte è la natura stessa che insegna ad ”essere” con il suo silenzio.

C’è un tipo di arte che porta in se un linguaggio universale e multiversale e che pone nel nostro infinitamente piccolo definitivamente a termine qualsiasi strascico postmoderno, pop, e quanto altro indagato negli ultimi 20 anni; E’ quell’ arte che non si arresta alla rappresentazione dell’esperienza visiva ma ne fa smaterializzazione del proprio vissuto sia fisico che mentale, fino alla percezione interferenziale di esistenze e soluzioni possibili. Non voglio di certo riportare alla luce una visione interiore né emotiva-espressionista, né surreale, e mi piacerebbe anche porre fine alla definizione di “astratto” termine che a tutt’oggi, venendo meno il concetto stesso di realtà come “contenitore” non trova più alcun senso di esistere in quanto produttore di un grosso ossimoro. L’arte apre ogni giorno invece nuovi spazi a interferenze e luoghi presenti e possibili in una sovrapposizione infinita. Pone il quesito quantico dell’imprevedibile e del compiuto in se ( Hic et nunc). La riproduzione non è più possibile concepirla con lo stesso valore, essa va ripensata in altro, come unica combinazione improvvisa, così come lo è una pennellata mossa da quello che chiamiamo volontà o come forma inspiegabile. Il tutto, in quella possibilità realizzata da una stessa matrice la quale invece, resta ancora un affascinante mistero che si sovrappone a tal punto da divenire nube confusa.

g.r.

arte | quantica |ossimoro | pittura | arte domani | futuro dell’arte | patafisica | giovanni ricciardi

lunedì, giugno 15, 2009

Nell’esposizione il pittore grossetano (1964) ha presentato l’ultimo ciclo di lavori realizzati sul tema del movimento Futurista, di cui quest’anno cade il centenario dalla pubblicazione del manifesto programmatico (Le Figarò 20,02,1909).
Grosseto - dal 5 all'undici giugno 2009
Armando Orfeo - Sfuturismi. Omaggio al Futurismo Statico
CEDAV - CENTRO PER LE ARTI VISIVE

Via Giuseppe Mazzini 97 (58100)
patrocini: Fondazione Grosseto Cultura, Comune di Grosseto
telefono evento:
+39 3474277572







da http://www.vitadidonna.org/cultura/teatro/leben-di-marco-martinelli-al-teatro-india.html

Recensione

CHE FATICA ESSERE PATAFISICI!

E’ ormai evidente amici teatrizzati che la stagione teatrale invernale sia conclusa.

La noia mostra il suo volto cupo però che bel finale questo “Leben”.

Atemporalità, spazi dislocati, secoli intrecciati, sogni concatenati.

Personaggi dalle espressioni e dai volti grotteschi, con posture e gesti ironici e divertenti.

Luci sapientemente dirette da Vincent Longuemare nell’intrecciare e nel separare le storie, nell’unirle.

Interpretazione di alto livello per tutta la Compagnia del Teatro delle Albe, con una Montanari imperiosa nella sua Condolcezza, feroce e cattiva manager in gonnella con qualche difficoltà ai tacchi.

L’infaticabile Martinelli dirige con intelligenza e cura lo spettacolo ispirato a Scherz, Satire, Ironie, und Tiefere Bedeutung di C.D. Grabbe, drammaturgo tedesco del primo ottocento molto amato da Alfred Jarry teorizzatore della Patafisica (scienza delle soluzioni immaginarie, del particolare e delle leggi che governano le eccezioni), in cui un portiere di una multinazionale “Leben” (vivere) appunto sogna di essere un diavolo, che a sua volta sogna di essere catapultato sulla terra in pieno Ottocento.

Un diavolo proprio malcapitato che è costretto a soffrire il freddo e la cattiveria dell’umanità al cui confronto la sua diabolica fama rimane offuscata.

Costumi “primi novecento” per le ragazze prostitute, ripiegate in anguste valigie, prodotte dalla Leben; tonache grezze per i naturalisti dell’Ottocento, studiosi del diavolo, cui capita di vedersi vendere le rispettive, caste, fidanzate; tailleur distinti per la direttrice che critica Hitler e l’estetica e ama le canzonette.

Musiche raffinate LEBEEEN LEBEEEN LEBEEEN e pazzoidi: If you really love me a sbilanciare ed equilibrare quest’unione di malinconica ironia, di surreale atmosfera, di profonda sensibilità.

Ottocento. Duemilanove. Palco. Platea. Non ci sono più confini. La “Leben”, il Castello, il pubblico tutti impastati di questo Male.

Un legame tra gli spettatori, i teatranti, la storia di cui inscindibilmente fanno entrambi parte per un teatro, questo delle Albe, cantiere aperto e centro di produzione che si dedica anche a un’intensa attività pedagogica, ancora capace di ascoltare il “rumore” della vita.

Spettacolo con numerose contaminazioni: da quelle musicali (inni di guerra e melensi motivetti) a quelle sceniche; eterogeneo, pieno di vitalità istintiva che continuamente rilegge i testi della grande tradizione a caccia di collegamenti col presente per sovvertire il ciclo monotono del tempo.

Apriamo le finestre, indossiamo gli occhiali da sole, c’é aria di patafisica!

Con Alessandro Argnani, Luigi Dadina, Cinzia Dezi, Luca Fagioli, Roberto Magnani, Michela Marangoni, Ermanna Montanari, Massimiliano Rassu, Laura Redaelli, Alessandro Renda, Mattia Riccardi

Regia di Marco Martinelli
Teatro India - Giovedì 14 maggio 2009

Stefano Maria Palmitessa e Francesca Barreca

giovedì, maggio 07, 2009

FUORISERIE

di Victorina


dio come la mente si sfilaccia

a passeggio tra me

nelle vie di un labirinto

otto carciofi due carabinieri

un ciondolo un incontro

porte nel viso tutto è uguale

desiderio di morte o di una gonna (blu)


dio come mi dissolvo

in cento pezzi

di dura inconsistenza

e che peccato

che abbian chiuso i manicomi

almeno avrei dove sentirmi a casa


dio chi cazzo sei

e dove ci porti

ma come ti permetti

di atterrirmi

coi tuoi giochetti sadici di specchi


dio mio mio dio che non sei mio

rendimi la realtà

che non si cambia

rendimi la mia morte

sempre eterna

rendimi i miei bei sogni di corallo


( è una bella seccatura ai tempi di oggi

nutrire passioni

meglio lasciarle morire di fame

abbandonate come fantocci antichi

di madreperla e stracci )