giovedì, giugno 05, 2008




su di tutti su nessuno
sulla tua di sicuro

mercoledì, ottobre 10, 2007

E M E R G E R E!
di Angiolo Bandinelli, patafisico
pubblicata in WANTED speciale numero 31
***
Emergere?
Perché? Perché emergere?
Perché eccellere?”

Per me, emergere, eccellere,
è tessere,
tessere tele,
è tèndere, tèndere sempre -
è essere vedente
(se tenderete,
vedrete - benché nelle tenebre)

E se…se, per certe elette belvette,
tendere
è prendere perfette,
benché lente,
vendette
(…mEttErlE nEl sEdErE…),
beh, è legge!

“Per me
prenderle nel sedere
è sempre essere perdente”.

Beh, perché? Se permette, prenderle nel sedere…
pere...mele… tre mele… tre pere
se prese nelle serre, fresche…
E le belle pesche…

“Tèh, che serpente, che fetente!
Per me, è repellente!”

Repellente…fetente! E perché? Se
ceree, perfette...
prendétele, tenétele strette!
Perché perderle? Eh?

Se le vedeste essere
merde, dense merde, mede melense, schegge...beh!
Mentre, se le vedrete
essere semente
recente,
che bel vedere, le tènere
mele renette, le pere...

vederle eterne, serene perle…
eleggerle,
reggerle erette! - Ebbene, permette?, è bene,
è decente, eccellente
sempre - prenderle
nel sedere!

Eccellente per te,
pezzente! Fetente!
Eh… che gente!
…Se perdere è -
certe terree, nere sere! -
prenderle, per legge, nel sedere…

beh… perché emergere?”.

Roma, 1998-2007

venerdì, ottobre 05, 2007

domenica, settembre 30, 2007

PARTICOLARE INQUIETANTE



VIRGILIO POETA VIAGGIATORE MAGO PATAFISICO 70 - 19 a.C.

Mentre Spartaco guidava la rivolta degli schiavi contro l' impero romano e veniva sconfitto ed ucciso da Pompeo e Crasso;
mentre Cesare, trentenne, si presentava candidato per un posto di questore a Roma;
nasceva nelle campagne mantovane, vicino alle rive del Mincio, Publio Virgilio Marone.
Le notizie sulla sua famiglia sono varie e contraddittorie: una discendenza celtica e l' appartenenza a una stirpe di " maghi " sono citate più volte.
I genitori erano benestanti abbastanza da permettersi di mantenere il figlio agli studi, prima a Cremona, poi a Milano; studiò lettere latine e greche, medicina, matematica, filosofia con Sirone l' epicureo, fisica. Si interessò agli scritti di Pitagora, di Platone, degli accademici e degli stoici; fu iniziato alla lettura di Omero ed alle mitologie classiche dal grammatico greco Partenio; conosceva Teocrito e la cultura fiorita sotto la dinastia Tolemeide nel Mediterraneo: non erano passati che duecento anni e i maestri greci emigravano in tutto il mondo lavorando come insegnanti.
Virgilio scrisse ancora ragazzo le sue prime composizioni, i bucolica carmina, canzoni pastorali; sono prove di emulazione di Teocrito, ma anche un palese tentativo di tramandare la cultura greca al mondo latino.
Quando ebbe compiuto i ventisette anni una disgrazia venne a turbare la sua vita fino allora dedicata a problemi di ordine intellettuale: Ottaviano Augusto imperatore, dopo la lunga guerra in Asia, torna vincitore a Roma ed assegna ai reduci ottimi appezzamenti di terreno nelle province di Cremona e Mantova; poco importavano ad Ottaviano i destini degli abitanti di quelle zone, piccoli proprietari e pastori provenienti dalle più diverse parti dell' Europa: sarebbero semplicemente ritornati profughi. Così era in quei tempi . . .
Anche ciò che è di Virgilio viene assegnato ad un reduce, terre, campi, residenza in città, servitori, tutto.
Virgilio, attraverso l' amicizia con Asino Pollo, comandante delle truppe imperiali nel mantovano, ottiene una presentazione per Mecenate e parte per Roma portando con sè i bucolica carmina; ottiene da Ottaviano di poter conservare il suo possesso e riceve l 'ordine di comporre altre canzoni che oltre ad avere uno scopo didattico divulgativo, celebrino l' imperatore e i suoi ministri.
Ma nonostante questo il veterano al quale era stato assegnato il podere di Virgilio reclama con la forza la sua conquista e cerca di ucciderlo; non c'è nulla da fare:
" Ma le poesie ci valsero,
contro le armi marziali, quanto si dice valsero
le colombe d' Africa contro le aquile rapaci. "
I suoi protettori romani gli offrono un posto di lavoro nell ' amministrazione pubblica di Napoli, una villa prestata da Mecenate, un' ordinazione per le Georgiche, seconda opera che scriverà negli anni successivi.
Gli ultimi anni della sua vita trascorsero tra viaggi e tentativi di comporre l' Eneide, saga di leggende sulle origini dei romani; rimase incompiuta e venne completata, nonostante il suo desiderio che fosse bruciata, da altri poeti minori.
Morì in Puglia, di ritorno da un viaggio incompiuto verso la Grecia; fu sepolto a Napoli, per la via vecchia di Pozzuoli, all' età di cinquantuno anni, diciannove anni prima della nascita di Cristo.
La Redazione di Wanted - novembre 1996

venerdì, settembre 28, 2007


INCIPIT DE “ I FIORI BLU” di Raymond Queneau nella traduzione di Italo Calvino

CAPITOLO PRIMO

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’ orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs.
Il Duca d’ Auge sospirò pur senza interrompere l’ attento esame di quei fenomeni consunti.
Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I Normanni bevevan calvadòs.
“Tutta questa storia”, disse il Duca d’ Auge al Duca d’ Auge, “ tutta questa storia per un po’ di giochi di parole, per un po’ d’ anacronismi: una miseria. Non si troverà mai una via d’ uscita?”
Affascinato, continuò per alcune ore a osservare quei rimasugli che resistevano allo sbriciolamento, poi, senz’ alcuna ragione apparente, lasciò il suo posto di vedetta e scese ai piani inferiori del castello, dando di passata sfogo al suo umore cioè alla voglia che aveva di picchiare qualcuno.

Picchiò, non la moglie, inquantoché defunta, bensì le figlie, in numero di tre; batté servi, tappeti, qualche ferro ancora caldo, la campagna, moneta, e, alla fin fine, la testa nel muro. Ciò fatto, gli venne voglia di un viaggetto, e decise di recarsi nella Città Capitale in umile arnese, accompagnato solo dal paggio Mouscaillot.

Scelse tra i palafreni il suo roano preferito, chiamato Demostene perché parlava, pur col morso fra i denti.

" Ah, mio buon Demò, " disse il Duca d' Auge con voce lamentosa, " quanta tristezza, quanta melanconia m' opprimono! "

" Sempre la storia? " domandò Sten.

" Non c'è gaudio che in me lei non dissecchi ", rispose il Duca.

" Coraggio! Vossignoria si metta in sella, e andiamo a spasso! "

" La mia intenzione era ben questa, e altra ancora. "

" Qual mai? "

" Andar via per qualche giorno. "

" Così sì che mi piace! Dove vuole che la porti, signoria? "

. . .

giovedì, settembre 27, 2007

GRANDE ROLAND TOPOR