giovedì, luglio 06, 2006

CAPITOLO UNO - LA PRIMA PAROLA

“Merdre”. E’ con questa parola di sei lettere che inizia Ubu re e pare che nessun altra potrebbe convenire meglio ad iniziare un libro sul suo autore: Alfred Jarry.
Questa parola, che Egli usò così spesso nella sua vita, sintetizza, in effetti, meglio di qualunque altra, il senso profondo del suo pensiero e della sua opera e se se ne servì così spesso, dopo averla in un certo senso ricreata, per uso personale, con l’aggiunta della lettera r, è perché, jailli dalla sua coscienza, esprime in un modo il più efficiente e il più immediato, la rivolta di tutto il suo essere contro la bestialità, la superficialità e l’ipocrisia.
Quindi questa parola, all’inizio di un libro nel quale si parlerà soprattutto di poesia, ci permettiamo di farla nostra e di dirla, in suo nome, a tutta una categoria di individui dei quali bisogna sbarazzarci prima di ogni altra cosa: quella dei falsi poeti; vogliamo dire uomini che pretendono di farsi passare per ciò che non sono e che approfittano della confusione che creano per ammantarsi di falsa grandezza.
Con una penna in mano ( o con il mouse N.d.T. ), tutti possono credersi poeti, e, senza troppe difficoltà, farlo credere agli altri che, molto spesso, non domandano di meglio. E’ così facile con un po’ di gusto e grazie al dono imitativo così diffuso di saper scrivere nel genere e nello stile “giusto” e di presentare qualcosa che faccia illusione – è molto meno agevole condurre una esistenza di poeta, dare posto alla poesia nella propria vita, come fecero Nerval, Baudelaire, Lautréamont, Rimbaud, Jarry.
Agli occhi di coloro per i quali l’ “arte” e la “letteratura” hanno perduto il loro fascino convenzionale, dunque, si può definire innanzitutto e prima di tutto il criterio principale, quello che non è possibile fingere simulare tricher. Dopotutto, è naturale domandare al poeta prova della sua sincerità. Se parla della vita, della morte, della disperazione, della rivolta, dell’amore, dell’avventura, non è normale volere che ci sia della realtà sotto a queste parole? Altrimenti queste parole sono solo specchi per le allodole, monete di singe per comprare la stima e l’ammirazione dei contemporanei che si inganna, e forse per accrescere la propria. Ed è quello che vediamo tutti i giorni. Ma vediamo anche che nella nostra epoca, e per qualcuno di noi, il concetto di poesia pura non ha più un grande significato. Bisognerebbe prima che delle parole fossero le più commoventi le meglio scelte le più grandiose del mondo. Allora, considerato in questa prospettiva, il numero dei candidati al ruolo di grande poeta diminuisce. Sì, si parla di vivere, di morire, di amare, di conoscere, ma fare di queste parole la realtà della propria vita, è diverso. Si vorrebbe ma non si può, se non si è segnati dal marchio.
Ed eccoci sulla soglia delle cose essenziali, lì, interdetti, sul limite dell’insolito, ai margini del consentito. Perché vivere, amare, conoscere, intensamente, totalmente, senza ritorno, tutto questo non perdona. E’ necessario un eroismo che, per quanto possa sembrare stupefacente, non è altro che quello delle grandi figure leggendarie. Solo esseri fiammanti possono attraversare questo fuoco senza morirne immediatamente. Questi privilegiati disastrosi finiscono per consumarsi nel cuore dell’incendio che essi stessi hanno fatto nascere sotto i loro passi, tanto erano roventi, ma ciò che essi vedono di ignoto e di indicibile, alla lueur di queste catastrofi immense e vissute, resta per loro la sola realtà, una realtà indimenticabile, e il riflesso che ce ne arriva, nella loro testimonianza, illumina, per lunghi anni, l’universo di tenebre nel quale ci dibattiamo.
Gérard de Nerval muore a quarantotto anni, appeso in Via della Vecchia Lanterna, ma prima ha attraversato il labirinto dei sogni e della follia e ce lo ha fatto conoscere; Baudelaire, a quarantacinque anni, sprofonda lentamente nella morte, paralizzato e afasico, ma ha ritrovato e vissuto il senso delle “corrispondenze”; Lautréamont scompare a ventiquattro anni dopo una esistenza stranamente misteriosa, ma il torrente di immagini allucinate che ha lanciato nel mondo continua sempre la sua delirante corsa; Rimbaud ha detto positivement “merda” alla poesia, per morire, di ritorno da Harrar, amputato di una gamba, a trentasette anni, ma la sua voce e il suo silenzio “illuminano” il nuovo mondo. In questa luce, la vita ribelle revolteé, spettacolare e paradossale di Alfred Jarry – quelle che si sono potute chiamare “esteriormente” le sue eccentricità – testimonia il suo gusto “interiore” e irriducibile per l’assoluto, e resta, per tutti quelli che richiedono alla poesia qualcosa altro che parole, irrefragabilmente esemplare.

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